Rubrica di Daniele Flavi ed Angelica (Web)
Un piede malandato e il calendario folle fanno fuori Nadal
(La resurrezione di “Mosquito”)
Gianni Clerici, la repubblica del 08-05-08
C’era una volta un ragazzo che si chiamava Juan Carlos Ferrerò. Uno smagrunzio, un tipo che, non avesse trovato in un cantuccio di casa una racchetta avrebbe potuto, al più, dedicarsi alla maratona o al tiro con l'arco. Questo ragazzino così taciturno da sfiorare l'introversione aveva nella sua stanzetta una vecchia foto ingiallita di un altro tennista chiamato Manolo Santana. Un tipo più vecchio di suo papa, uno che aveva vinto due Roland Garros, un Wimbledon, e addirittura un Forest HilIs. L'inventore di un lob liftato che, sin lì, non si era ancora non dico visto, ma immaginato.Voleva, il piccolo Juan Carlos, diventare come Manolo, e me ne resi conto un giorno di dieci anni fa, vedendolo in campo nella finale junior del Roland Garros. Non possedeva nessun colpo da ko, con quei pochissimi muscoletti, figurarsi. Ma le sue gambette da maratona lo portavano sempre in anticipo sulla palla, tanto da piazzarsi al meglio, e non sbaglia rne mezza. Aveva anche quella particolare intelligenza che noi scribi definiamo a volte senso tattico, mentre è per solito istinto puro. Pian piano, a furia di correre e non sbagliare, divenne veramente l'erede di Santana, e di un altro spagnolo che lo affascinava meno, ma che rispettava, detto Manolo Segundo, al secolo Manolo Orantes, vincitore a sua volta di un US Open. Prese a vincere, e molto, e insieme a perdere, e poco. Si guadagnò il nomignolo di Mosquito. Era ovviamente sul rosso che si sentiva a casa, e infatti annesse un Roland Garros, un altro lo smarrì incredibilmente, due volte si fermò alle semifinali. E sempre sulla sabbia annes¬se due Montecarlo, e un Roma, giungendo anche, un po' di sorpresa, a una finale dello US Open, e ad una trionfale Davis contro gli Australiani, in una Barcellona stravolta da incombente sciovinismo. Era diventato, insomma, una sorta di idolo spagnolo, quando, improvvisamente, dall'isola di Maiorca giunse un altro tennista, un tipo che pareva in grado di inventare gesti novissimi: alla Santana, insemina. Con questo bambinaccio Ferrerò ebbe a confrontarsi la prima volta nel 2005, a Valencia, e raccattò in tutto tre games. Da quel giorno la sua stella apparve cadente, tanto che, in successive sei partite, riuscì miracolosamente a raccattarne uria, sul cemento, che Nadal, incline a tendiniti alle ginocchia, non ama. Era, nel contempo, Ferrerò, retrocesso dalle luci della ribalta a modesti palcoscenici riservati alle comparse, e faceva sinceramente compassione, tanto che gli ricordai una volta «nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria». Scosse la testa, e ancor non mi rendo conto se non capì, o capire non volle. Oggi, mentre stavo scrivendo un pezzo inneggiante a Simone Bolelli, unico italiano capace di entusiasmare gli spettatori del Foro, qualcuno mi ha suggerito di alzare gli occhi al video, sul quale campeggiava il risultato di un Ferrero incredibilmente in vantaggio di un set, e 4-1 nel secondo. Avrei, a questo punto, cancellato la mia storia di Bolelli, del suo allenatore e mio amico Pistolesi, delle future speranze di un confronto con Roddick, per rivolgere le mie incostanti attenzioni a quanto avevo di fronte. Ma, improvvisamente, un blow up di Sky mi avrebbe mostrato la raccapricciante immagine di un piede sanguinante, di una enorme vescica squarciata che un impotente fisioterapista si sforzava invano di rappezzare. Un cronista più puntuale avrebbe doverosamente approfondito la vicenda di Ferrero, e magari l'avrebbe liquidata con un certificato medico, e una vibrata dichiarazione di Nadal contro quel pirla del Ceo dell'ATP, De Villiers, capace di stilare un calendario demenziale. Preferisco immaginare la storia della rivincita di Ferrerò, e mi riservo di occuparmi di Bolelli in un futuro molto prossimo.
Nadal, addio Roma "Calendario assurdo"
(Simone alla prova del nove contro Roddick)
Stefano Semeraro, la stampa del 08-05-08
L’ avversario che è riuscito ad avere ragione di Rafael Nadal sulla terra rossa è piccolo, crudele e abituato a sputare sangue. Blister, in inglese. In italiano: vescica. Piazzata appena sotto l'allucione destro e ieri inquadrata dalle telecamere fetish di Sky sul 4-1 del secondo set contro Juan Carlos Ferrerò. Lo sbandamento in diretta della tormentata estremità del tricampeon di Roma ha disvelato urbi et orbi la magagna che gli intimi del n. 2 del mondo già conoscevano da lunedì, il day-after della vittoria del nino a Barcellona. «Mi sono svegliato alle 6 di mattina», ha raccontato Rafa, «ho provato ad appoggiare il piede a terra e ho scoperto che non potevo farlo. Ho subito chiamato il trainer, poi sono volato qui. Mi sono allenato pochissimo, stamattina ero convinto di non poter giocare. I medici hanno provato a proteggermi con bendaggi e anestetici, ma in campo non potevo appoggiare il piede, non avevo forza, giocavo troppo corto». Quello che si è visto per due set contro Ferrero (il connazionale capace di infilzarlo 7-5,6-1) non era, palesemente, il miglior Nadal. Di certo non il Nadal capace di vincere 17 dei 18 tornei giocati sul rosso fra la primavera del 2005 e quella in corso. Fanno 103 vittorie, e fino a ieri solo due sconfitte, in tre anni, e tris ripetuti sul mini-Slam dell'argilla, MonteCarlo, Barcellona, Roma e Parigi. Se il killer materiale è la bollicina vanamente cauterizzata dai cerusici dell' Atp, il mandante dell'assassinio agonistico di Rafa viene però da lontano. E ha un nome e un cognome. «Questo calendario è impossibile», ha sorriso mestamente Rafa. «A MonteCarlo avevo detto che giocare 4 tornei importanti sulla terra in 4 settimane consecutive è un' assurdità. Molti si erano chiesti perché. Purtroppo adesso tutti lo sanno. Se ne parlerò con Etienne De Villier, il direttore esecutivo dell'Atp? Non ho più nulla da dire a quell'uomo. L'anno scorso ho sprecato un sacco dì tempo a cercare di capire il motivo delle sue decisioni. ma è impossibile riuscirci. Parlargli ancora sapendo di non ottenere nulla sarebbe stupido, no? Io so quanto è duro vincere tante partite. Ogni volta che vado in campo sono preparato a perdere. Ma perdere così, in un torneo importante e a cui sono affezionato come Roma, è amaro. Ora non mi resta che curarmi e andare ad Amburgo, perché saltare due Master Series di fila mi ucciderebbe davvero». Rafa contava qui di incalzare Federer, mentre se Djokovic dovesse vincere il torneo Nadal ora si ritroverebbe il serbo a -180 punti, pronto ad azzannare. Nella giornata in cui Volandri ha annunciato che il malanno al ginocchio sinistro è più grave del previsto (necrosi ossea), e potrebbe costargli un lungo stop o addirittura la carriera, non si può insomma che fraternizzare con i terricoli. Servirebbe un calendario più equilibrato, meno asfissiante ma a De Villiers, lo sciagurato agit-prop della lobby americana, già propugnatore sbugiardato del round robin, non sembra stare a cuore più di tanto il destino degli iscritti al suo patronato. Fuori Nadal, il Foro per ora si consola con Simone Bolelli, che ieri ha respinto Simon su un centralino innamorato e stracolmo. Era da tempo che un italiano non mostrava un tennis così completo e fascinoso, da brividi sottili. Oggi, nell'ottavo di Simone contro Roddiek, capiremo se abbiamo un campione.
Roma scopre super Bolelli
(Simone, porta l’Italia al terzo turno)
Dario Torromeo, il corriere dello sport del 08-05-08
ROMA - Ha giocato una grande partita. Simone Bolelli ha pagato per qualche game l'emozione, poi ha preso fiducia ed ha cominciato a fare quello che gli riesce meglio. Ha sparato il dritto, in modo letale quando è andato ad incrociare; ha tenuto alta la percentuale di servizio; ha avuto il coraggio di osare anche nei momenti più delicati; ha capito che le palle corte avrebbero potuto essere una chiave di lettura vincente e le ha usate senza parsimonia. Davanti aveva Gilles Simon, 34 del mondo. Cliente scomodo, regolarità convinto, rivale tenace. Lo ha costretto alla resa tenendo sempre in mano il pallino del gioco, gli ha sfilato una ad una le sue certezze. E quello prima ha imprecato contro se stesso, poi ha risposto all'ennesimo grande punto di Bolelli con un applauso di scherno, alla fine è rimasto a parlare con se stesso. Si sarà chiesto perché non fosse riuscito a rimandare in campo le frustate di dritto di Bolelli. E non avrà trovato risposte da darsi. E' un tennis anomalo per il nostro mondo quello del ragazzo di Budrio. E' come se il pugilato italiano avesse trovato improvvisamente un picchiatore o il rugby azzurro un mediano di mischia. C'è entusiasmo attorno a lui. Ieri il Centralino del Foro era esaurito, quattromila persone pigiata una sull'altra («Un'atmosfera particolare, potevo sentire ogni commento. Daje Simo', daje che è morto. Ci sono abituato, è la lingua di Pistolesi»). La gente impazziva per questo giovanotto che teneva botta, chiudeva con il colpo vincente scambi prolungati. Alla fine esultavano tutti. I genitori, il manager, il coach, gli amici. E la gente del Foro che sperava di aver trovato l'uomo giusto. Anche lui esultava, ma solo per un attimo. Bolelli è fatto così. «All'inizio ero contratto. Poi ho giocato meglio. Sono contento perché sono stato aggressivo, ho sempre fatto quello che volevo, ho comandato la partita, sono riuscito a rischiare quando era necessario. Avrei però dovuto usare prima la smorzata, lui si muoveva dietro la riga di fondo. Ho fatto qualche errore di troppo nel primo set. Cercherò di migliorare». Oggi c'è Andy Roddick. Numero 6 del mondo. La terra rossa non è la superficie che preferisce. ma resta comunque un cliente decisamente pericoloso, «Dovrò cercare di rispondere bene, di farlo muovere, di essere aggressivo. Posso dargli fastidio, posso giocarmela». Ace, il secondo della partita. Così Bolelli ha chiuso il game decisivo, vincendo a zero il servizio. La sintesi della sfida è tutta qui. Nel coraggio e nella forza del ragazzo di Budrio. Un'ora e 28' per risolvere la questione. Un sorriso enorme riempiva il volto di coach Pistolesi. E' una vittoria anche sua. Simone viene dall'Emilia, ma da due anni si allena con lui a Roma. Al Forum Center, dove vive. E' un romano d'adozione, uno che a 22 anni sta trovando la sua dimensione. Troppo bello per crederci. Bolelli ha fisico e mezzi per salire in alto. Ma ha soprattutto la capacità di regalare spettacolo. Mercé rara di questi tempi. Ora arriva il momento più duro. La stanchezza comincerà a farsi sentire (la scorsa settimana è approdato in finale a Monaco, ieri sera ha giocato anche il doppio), Andy Roddick (una semifinale e un quarto a Roma) fa paura. C'è il rischio di una brusca frenata. Ma sembra che Simone si trovi bene quando c'è da rischiare, non ha paura di osare. E’ la volta giusta per tentare il colpaccio. Nel giorno dell'uscita di Rafa Nadal, è stato un ragazzo emiliano a riempire il vuoto del Foro Italico. La speranza (che è quasi una certezza) è che lo si possa trovare sempre più frequentemente tra i protagonisti.
Rai lancia un canale per lo sport
(Anche “mamma Rai” debutta finalmente sul digitale terrestre)
Sergio Torrisi, il corriere della sera del 8-05-08
ROMA—Presentato ieri il nuovo canale Rai Sport Più, che sarà visibile in chiaro sul satellite, sul digitale terrestre e sulla piattaforma Sky. Le trasmissioni partiranno sabato, in concomitanza con la prima tappa del 91° Giro d'Italia, evento che Rai Sport Più seguirà con ampi notiziari, rubriche e approfondimenti dalle 9 di mattina a tarda notte. Oltre alla corsa rosa, il creatura di viale Mazzini prevede nei prossimi mesi gli Europei di calcio, le Olimpiadi di Pechino, il tennis della Coppa Davis e il basket Ncb. Rai Sport Più si aggiunge sol digitale terrestre al pioniere Rai Gulp, dedicato ai bambini, e farà da ponte tra il vecchio analogico e le nuovissime tecnologie che tra 4 anni, a detta del direttore generale Rai Cappon, «porteranno un cambiamento epocale nel settore».