Lo stress è aumentato. Un problema da affrontare: ad Amburgo già 3 partite interrotte. Ubaldo Scanagatta
ROMA _ Tennisti a pezzi. Una volta si facevano male solo a fine anno, usurati da una stagione troppo lunga ed intensa. Adesso si fanno male in tutte le stagioni. Si fanno male in troppi perchè la vicenda non sia quantomeno sospetta. Ventisei ritiri in quattro settimane e mezzo di tornei sulla terra rossa: Estoril 3 e Valencia 4 negli stessi giorni, Montecarlo e Roma 5 ciascuno, Barcellona 6, Amburgo cominciato da un paio di giorni già 3.
Attribuiamo pure ad una sfortunata congiura di eventi, e non a una maledizione divina, il record negativo di Roma con i suoi tre ritiri consecutivi e due semifinali non portate a termine in una settimana di tempo meraviglioso (ieri invece ha piovuto quasi tutto il giorno, si sono conclusi solo quattro incontri).
Ma certo sul tennis sembra essersi addensato un immenso nuvolone nero. Il fatto che ogni infortunio, o quasi, appaia diverso dall’altro non significa nulla. I motivi di questi infortuni sono stati denunciati da tempo. In primis le racchette dallo sweet-spot sempre più ampio sono diventate armi da guerra. Letali tanto per chi riceve palle a 250 km orari divenute pallottole quanto per chi le spara. E’ un po’ come l’effetto del rinculo del fucile su una spalla (e una guancia) non sufficientemente protetta. Per impugnarle nel modo più efficace, compiendo le torsioni più disumane, è cambiato lo stile, non c’è chi non ne soffra alle articolazioni. Braccia (polsi, avambracci) e gambe (anche, ginocchia, caviglie, piedi). Le corde sintetiche hanno peggiorato le cose. I campi in cemento sui quali si gioca tutti i primi mesi dell’anno hanno fatto il resto. Una volta si giocava, con le vecchie racchette di legno, prevalentemente sulla terra rossa e magari sull’erba (salvo un paio di settimane negli USA). Bei tempi. Ora i tennisti, che giocano troppo, passano all’improvviso da una superficie all’altra, affrontano voli e fusi con disumana leggerezza, non si risparmiano…Un po’ per avidità di soldi, un po’ per necessità di punti e classifica. Quest’anno ci sono pure le Olimpiadi, il calendario è ancora più contratto, congestionato. E magari negli USA è condizionato dal…basket NBA.
Chi paga il biglietto non può essere contento se spende 50, 100, 200 euro (a seconda dei Paesi e dei tornei) per vedere un giocatore che si arrende dopo pochi games. Il fenomeno non può essere trascurato. Chi può farlo, nascondendosi dietro una della mille sigle del tennis, ITF, ATP, WTA, FIT, deve affrontarlo come un problema serio.
“La vita del tennista che arriva in fondo ai grandi tornei si va facendo troppo dura” dice Novak Djokovic, il vincitore di Roma. Se ne è reso conto lui che non ha ancora 21 anni. Pensate a quelli che ne hanno 26. E davano del matto a Borg perchè, a quell’età, decise di smettere.