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Rassegna Stampa del 20 Maggio 2008

Ecco perche Rafa è superiore a Roger sulla terra (Martucci). La nascita dell'era Open (Semeraro)

Panatta spiega l'inferiorità di Roger. Il Roland Garros primo torneo "Open"

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Rubrica a cura di Daniele Flavi ed Angelica (web)


«Nadal bestia nera? 90% problema tecnico 10% psicologico»

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 20-05-08

Dici bestia nera e pensi a Rafa Nadal. Soprattutto dopo l'ultimo collasso di Roger Federer, nella finale di domenica ad Amburgo, contro il mancino di Maiorca: avanti 5-1 nel primo set (perso) e 5-2 nel secondo (vinto, ma solo al tie-break). Dici bestia nera, e torni ai giorni eroici italiani, 30 anni fa, quando Bjorn Borg perdeva due sole volte sulla terra del Roland Garros e sempre contro Adriano Panatta, nel 73 e nel 76; altrimenti trionfò sei volte su sei. Panatta, l'allergia a un avversario è più psicologica o tecnica? «Molti mistificano il fatto psicologico, ma al 90% è tecnico. Ed è così anche per Federer contro Nadal». Qual è l'arma paralizzante di Rafa? «Roger gioca talmente bene a tennis che le sue soluzioni sembrano così ovvie agli altri, ma soprattutto a lui, che, se invece gli torna una palla di più — come gli succede con Nadal —, si sconcerta.. E, magari, non trova altre soluzioni. Non sulla terra rossa. Perciò: o lo spacca, e sul rosso è quasi impossibile con il tennis di oggi e al meglio di 5 set, oppure può anche ritrovarsi a un passo dal set e non trovare più la via d'uscita». E allora il problema diventa psicologico. «E allora si vede un giocatore sempre positivo e grintoso, e l'altro remissivo e rassegnato. Federer è molto forte psicologicamente, ma se non riesce a superare l'ostacolo tecnico.,.». Fatte le debite proporzioni, Borg sta a Nadal come Panatta sta a Federer: lei come faceva a battere l'Orso svedese? «Con la varietà, come feci giocare Canè contro Wilander, in Davis: alternare continuamente traiettorie ed effetti, attaccare spesso e chiamare anche a rete l'avversario, non dargli punti di riferimento, farlo giocare male, a costo di snaturarsi. Invece, col rovescio in top, Roger non da fastidio a Rafa, perché allo spagnolo piace colpire la palla alta; e, quando alza il ritmo, l'altro si esalta, con quella mobilità fuori dal normale, e tira anche il vincente». Fuori dal campo, Federer e Nadal sono amici, come una volta Panatta e Borg. Che diceva Bjorn dei vostri duelli? «Siamo ancora amici. Ma, in generale, non ha mai amato parlare di tennis, e non mi ha mai detto come si sentiva quando giocava contro di me. Ma io lo so, lo sentivo. Non potevo leggerglielo negli occhi, perché lui, svedese, non esterna, ma in campo gli davo fastidio. E gli altri mi raccontavano che, quando guardava il tabellone, cercava sempre da che parte stavo io. Mentre io avevo sempre una grande fiducia. Anche perché, a differenza di Vitas Gerulaitis, che aveva velocità e tocco, ma ci perdeva sempre, io avevo anche la potenza. E anche quella a Borg dava molto fastidio». Anche Panatta aveva la sua brava bestia nera, che però non era un regolarista. Nemmeno di grande qualità, come Borg.«Io soffrivo il francese Jauffret: mi rubava il tempo, mettendomi pressione e presentandosi sempre a rete. Poi, una volta, mi dissi: "Adesso basta". E mi è passata». Quindi anche Federer può battere Nadal sulla terra, magari proprio a Parigi? «Ha tutte le qualità. Ma deve capire davvero la situazione, decidere la tattica e crederci fino alla fine».


Parigi, 40 anni fa, il 68 del tennis

(Quando il Roland Garros divenne il primo Grande Slam dell’era Open)

Stefano Semeraro, la stampa del 19-05-08

Era Parigi. Era il maggio del 1968. Quarant'anni fa. Una rivoluzione dentro la rivoluzione. «L'atmosfera era quella di una grande festa», spiega Richard Evans, tennis writer inglese. «Come se una terribile lite di famiglia fosse finita e tutti fossimo di nuovo fratelli e sorelle. I giocatori vagavano attorno ai campi del Roland Garros imbattendosi in quelli che erano vecchi avversari e vecchi amici allo stesso tempo, ed esclamavano: che gioia rivederti! Non posso credere che sia vero, e tu?». Era vero. Dopo quasi un secolo il tennis era finalmente «open», aperto, senza più sciocche e tartufesche barriere fra falsi dilettanti ed esecrati professionisti. Il Roland Garros del 1968 fu il primo Grande Slam dell'era contemporanea, il primo giocato da tutti. La chiusura di uno scisma antico. I «professionals», i gaglioffi che confondevano business e loisir, affari e diletto, erano stati banditi dal tennis già dagli Anni '80 dell'Ottocento. Wimbledon aveva pochi anni, le signore si esibivano in cappellini e sottane immacolate. Lo sport era considerato un passatempo per «gente bene» che poteva permettersi di oziare sgambettando su un praticello ben tagliato, senza prospettiva di lucro. Non tutti però la pensavano così. I primi match professionistici ufficiali risalgono al 1910, fra il ceco Karel Kozeluh e il tedesco Roman Najuch. Albert Burke nel 1924 vinse un «Campionato del mondo prò», due anni più tardi Charles «cash and curry» Pyle, organizzò la prima grande compagnia di giro eticamente scorretta del tennis made in Usa, imbarcando anche l'imbattibile Suzanne Lenglen. La Divina addentò 38 match a 0 contro Mary K. Browne, incassando - pare -100.000 dollari, poi tornò in Europa. Dopo di lei, un diluvio di fenomeni. Bill Tilden, Bobby Riggs, Fred Perry, Jack Kramer, Pancho Gonzalez, Lew Hoad, Ken Rosewall, Rod Laver, John Newcombe, mille altri. L'aristocrazia del gioco, dopo aver mostrato miracoli fra gli amateur, accettava le basse proposte degli organizzatori dei circuiti prò - spesso, come nel caso di Tilden, Kramer e Riggs, insieme attori e impresari - e disertava. Per oltre quarant'anni il tennis abitò così due mondi paralleli, fra i quali si viaggiava a senso unico. Chi «tradiva» veniva esiliato dai grandi tornei, escluso dalla Coppa Davis, bollato d'infamia. «In Australia - ricorda Nicola Pietrangeli nel bel libro di Lea Pericoli ("C'era una volta il tennis") - Mervyn Rose e Pancho Gonzalez vennero da me e Sirola pregandoci di dichiarare che erano stati ingaggiati come allenatori dalla Federazione italiana. Erano disperati! Non li lasciavano allenare in nessun circolo». Una fatwa, lanciata e ribadita per decenni dai parrucconi della federazione Internazionale. In realtà gli «shamateurs», da «shame», vergogna, e «amateurs», dilettanti, guadagnavano, eccome: lucrando sui rimborsi spese concessi dai tornei, sulle collaborazioni con i giornali, su compensi taroccati da innocenti regalie. Quando Frank Sedgman, l'uomo che aveva riportato la Davis in Australia, nel 1952 rinunciò al salto fra i prò, un quotidiano gli fece pervenire, attraverso una raccolta pubblica, quasi 10.000 dollari sotto forma di «regalo di nozze». Kramer nel 1960 tentò di arruolare Nicola Pietrangeli nella sua troupe, che in Italia era gestita dal grande Carlo della Vida, con un acconto di 5000 dollari: l'anticipo di un appartamento, o il costo di una Maserati. Il presidente della Fit Gorgio De' Stefani convinse il campione a restare «puro», la Ignis gli offrì un contratto. I mercenari, nel frattempo, si sudavano il salario. Affrontandosi in posti anche improbabili, per compensi a volte discutibili. A Karthoum, in mezzo alla rivoluzione, per mille dollari. A La Paz, per un orologio. A Nottingham, su un campo più lungo di 60 centimetri. A Berkeley, dove l'incasso non era stato sufficiente, per una pacca sulla spalla. Mike Davies nel 1960, al suo primo match da professionista, schifato dal misero spogliatoio chiese dove poteva appendere gli abiti. Tony Trabert piantò un chiodo nel muro e gli rispose: «qui». Tournée di 60 match in 80 giorni, spostamenti folli in macchina. «Ma eravamo professionisti, avremmo giocato su dei cocci di bottiglia», ricorda Laver. «I tennisti di oggi non possono neppure immaginare le condizioni in cui si trovavano a giocare i migliori di quell'epoca», sospira Rosewall. Laver rimase nel limbo 5 anni, Rosewall 11. Quanti altri Slam avrebbero potuto vincere, i campioni del mondo? Nell'estate del 1967 la BBC, stanca di trasmettere un Wimbledon di serie B, e lo stesso All England Club forzarono la mano alla federazione internazionale, organizzando sulla sacra sindone del Centre Court un torneo ad inviti aperto anche ai prò, vinto da Laver su Rosewall. Il 14 dicembre la federtennis inglese votò a favore del tennis Open. Il 22 aprile del 1968, sui ventosi campi in terra di Bournemouth, il tennis si riunificò ufficialmente, il montepremi era di 5490 sterline, Mark Cox fu il primo dilettante a battere un professionista, Gonzalez. Ma in finale fu il prò Rosewall a prendersi la rivincita sul prò Laver. Poi venne il Roland Garros. Parigi era in piena rivolta studentesca: «II clima era elettrizzante ed esasperante insieme», racconta Laver. «I trasporti pubblici non funzionavano, la benzina non si trovava, nessuno andava a lavorare. Così la gente camminava fino al Bois de Boulogne per vedere il tennis. Giocavamo davanti ad una folla immensa». Come scrisse Lance Tingay, «il pubblico, stanco di vedere i poliziotti picchiare gli studenti, preferiva guardare Laver picchiare delle palline». Anche 34 tennisti, fra cui Hoad e Pietrangeli, non riuscirono a raggiungere in tempo Parigi; in finale arrivarono i soliti due, e questa volta Ken, il Piccolo Maestro, vinse in quattro set su Rod il razzo, 6-3 6-1 2-6 6-1. L'era Open era iniziata. Per i più bravi erano in arrivo gloria, comodità e soldi. Quando nel 1969 l'eterno Rosewall si ripresentò in finale (perdendo con Laver) a Parigi, gli chiesero se pesasse come nel 1953, quando, ancora da dilettante, aveva trionfato lì per la prima volta. «Sono più pesante nelle tasche», rispose Kenny con un ghigno snello.
 

 
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